
Doveva essere una vacanza da solo. All’insegna della solitudine. Dedicata a focalizzarmi su me stesso, a prendermi cura di me, ad amarmi. All’andare oltre i miei limiti. Ho evitato di portarmi una ragazza da Milano apposta. “Dimostrerò che so stare benissimo da solo”, dicevo.
Doveva essere una vacanza in cui il silenzio mi avrebbe fatto da mantello, lasciando la voce interiore libera di esprimere chissà quali profonde intuizioni.
Ecco, doveva essere così. E allora come mai le mie mani sono infilate sotto un elegante tailleur nero, accarezzando delle calde tette russe nella mia suite di Manhattan?
E lo so che la cosa non vi sorprende. Non vi sorprende mai nulla, ehe, con me. Io ci provo a non essere la caricatura di me stesso, a mettermi in gioco, a spingermi oltre i confini dell’abituale. Però un uomo sono, come Montalbano, con i propri limiti e le proprie caratteristiche che ci rendono un po’ tutti personaggi.
Le calde tette russe
Calde tette russe, dicevamo. Un tailleur che ancora per poco cela il suo corpo alla mia vista indagatrice. Il nero dell’abito contrasta con l’albedo della sua carnagione e con un luminosissimo sorriso a trentadue denti. Mi guarda, tenera e speranzosa, cucciolosa, quasi timorosa.
Non dovrebbe essere così:
Ha ventiquattro anni.
È russa.
Vive da sola, senza sponsor, in una delle città più care del mondo, dove per un hamburger e due patate si spendono ottanta dollari.
Inoltre l’ho conosciuta sul più discutibile dei siti di dating, un girone infernale in cui diavolesse senza scrupoli levano la pelle agli uomini soli, troppo orgogliosi per ammettere di essere carne da macello.
Eppure lei ha questo visino dolce e quest’aria innocente. Non ha neanche la tipica bitch face delle russe. “Boh, leggiamo un po’ queste carte”, penso, mentre la spoglio.
Lei, timida, mi dice “Se vuoi, ho nella borsa della lingerie carina”.
“Voglio, vai”.
E lei va, tutta bella, trotterellando.
Nel frattempo indosso il suo cappotto di pelliccia bianco. Salgo in piedi sul divano, per vedere come sto nello specchio di fronte.

E così mi trova quando torna, sempre trotterellando. Indossa due pezzetti di stoffa pagati chissà quanto. Mai capito il mondo dell’intimo: meno stoffa usano, più ti fanno pagare.
La sollevo sul tavolo della cucina, le apro dolcemente le gambe. “È proprio bella questa suite”, penso mentre le accarezzo la figa.
Siamo sotto un lampadario vintage, con foglie di ottone battuto che incastonano lampadine a filamento di altri tempi. Intorno a noi, finiture d’ottone nascondono tutte le comodità dell’uomo moderno.
Mi trovo in uno dei più antichi hotel di New York, l’Hotel Chelsea. Patria di artisti, scrittori e anime maledette. Qui ci hanno vissuto Andy Warhol, Sid Vicious (che proprio qui ha ammazzato la fidanzata) e persino Madonna nel suo primo periodo. Qui hanno scritto Bukowski, Mark Twain e altre anime maledette.
E qui, adesso, ci scopa il Magnifico.
La solitudine del Magnifico
Ma è inutile che faccia il figo. Mi sono sentito solo, vi dico la verità. Il primo giorno ero euforico, entusiasta per una vacanza solo per me, sognando cosa avrei potuto fare. Il secondo giorno mi rendo conto che ho fatto ben poco, un po’ perché ho dovuto lavorare, un po’ per il jet lag. Il terzo giorno mi faccio forza ed esco a fare passeggiate, ma sento dentro di me l’ombra dell’assenza di contatto umano.
Il quarto giorno è Natale. Decido di trascorrerlo in un jazz club, al Blue Note di New York. Una grande serata. Sono da solo ma non sono solo: la musica unisce tutti, condividendo emozioni e lasciando spazio a riflessioni. Una sintesi perfetta tra stare nella propria testa ed essere presenti con altri.
Mi manca molto Piccolina. Il fatto che io viva così, vedendo altre donne, la fa soffrire. La lascio andare, ma mi manca molto.
Mi manca un po’ anche Ninfetta, che so essere in giro per l’Ucraina, tra le bombe e chissà quali amanti.
Meno male che c’è Teppistella, che ogni giorno mi scrive e mi fa compagnia.
Ho bisogno di contatto umano.
Ed eccoci qui, con l’infermiera russa.

L’infermiera russa è negli Stati Uniti da un anno. Ha una laurea in relazioni internazionali, non riconosciuta, che prende polvere sulla libreria. Studia per diventare prima infermiera, poi dottoressa. Ha convissuto sei mesi con un tizio che prima le ha fatto fare la bella vita, poi è andato via lasciandola con l’affitto intestato e quarantamila dollari di arretrato da pagare.
È interessante che non abbia una sola parola di odio nei suoi confronti. Con sovietica risolutezza ha trovato un modo e ha risolto.
Tieni alto il nome dell’Italia
Mentre le accarezzo la figa noto che si è subito bagnata. Sulla sua pelle le mie mani scorrono molto lentamente e con dolcezza. La bacio teneramente sul collo, mentre sento lei affidarsi a me.
Sono un po’ arrugginito, saranno due settimane che non scopo, credo. Ma è tutto molto naturale. Poi lei mi dice questa cosa:
“Non sono mai stata con un italiano!”
“Che bello, so che voi siete bravi a letto!”
“Insomma, chissà quanto mi farai godere… Tieni alto il nome dell’Italia, mi raccomando!”
Penso: “Ma – Vaccamao! – ti sembrano cose da dire a un uomo mentre sta per scoparti?!”
Guardo in alto e vedo tutti i miei antenati, da nonno Paolo e nonno Nino sino a quel primo trisavolo dalla folta capigliatura che ha dato origine al mio cognome. Tutti mi guardano con severità, ricordandomi l’orgoglio familiare oltre a quello patrio.
Scoppio a ridere e racconto la scena alla ragazza. Ridiamo insieme. Tutto prosegue sereno, la porto in camera da letto. Mi fa i complimenti per il pisello; mi forzo a ricordarmi di non credere mai a quello che una donna dice a letto. Dice che ho un bellissimo naso, che sembro un dio greco. Magari mente, ma questa storia dei lineamenti alessandrini mi insegue da più di venticinque anni, dalla prima vacanza a Tropea con gli amici.
Questa doveva essere la mia scopata egoista. Lei sarebbe dovuta essere il mio sex toy. Ma figuriamoci. Mi fa i complimenti. Gli avi mi guardano. E, soprattutto, lei mi guarda cucciolosa, come il gatto con gli stivali quando fa il paraculo. E vabbè, facciamo gli amanti latini.
Lentamente la accarezzo ovunque, le mie labbra scrivono parole invisibili sul suo collo, incastonate dai miei baci dolci. Le mie dita danzano tra ano, figa e clitoride, culminando in una tripla stimolazione contemporanea. Ancora prima di infilare il Sacro Augello, lei è già venuta due volte.
Scopiamo.
“Grazie”, mi dice. “Ero un po’ spaventata. Non sono abituata a conoscere uomini sui siti di incontri, non sapevo cosa aspettarmi.”
Le dico che voglio la mancia, il venti per cento, come si usa qui a New York.
E infine ci mettiamo sotto le coperte, concedendoci una lunga sessione di coccole. Più del sesso, ciò di cui avevo bisogno era proprio questo contatto umano. Di stare abbracciati. Di farsi le coccole.
Mi sento totalmente ricaricato. Il mio umore è alle stelle.
Inizio veramente a godermi la vacanza a New York. Da questo momento in poi, tutti i momenti da solo sono magici. Vado due volte a Broadway, visito Central Park. Cammino col sorriso.
Ho capito che per stare solo felice e contento mi basta avere un contatto intimo ogni ventiquattro ore circa. E quindi la vedo altre due volte, una volta al giorno. Lei è la mia terapia, la mia cura, il mio tonico magico come nei cartoni di Yattaman.
La seconda volta mi concentro di più su di me, mi faccio fare un signor pompino. Mi piace come spompina: ha delle belle labbra, un visino dolce e una buona tecnica.
La terza volta tiro fuori sex toys e anal plug ma – diciamo – l’assenza del bidet nella cultura americana mi fa desistere dal proseguire.
Parto. È carina, continua a scrivermi. Mi fa promettere che la ospiterò da me in Italia, che verrà con una sua amica, che vuole visitare Venezia.
“Ok, ma Venezia è pericolosa… ti ospito solo se mi metti per iscritto che non ti innamori di me”, le dico.
Faccio il figo, ma qui quello a rischio innamoramento facile sono io.
È ora di partire, lontano dalla neve di New York, verso le spiagge calde di Miami.

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