È ormai un topos cinematografico: il classico film di Natale, con l’immancabile Christian De Sica che deve barcamenarsi tra moglie e amante.
Io non ho moglie né amante, ma questa è la volta in cui ho dovuto lasciare una ragazza a casa mia per correre dall’altra. Ma andiamo con ordine.
Da qualche mese mi frequento sia con Ninfetta che con Piccolina. Ninfetta sta all’estero, ma la importo sul suolo patrio per qualche settimana al mese. Piccolina è nella mia città e ci vediamo spesso. Tranne quando c’è da me l’altra, ovviamente.

Entrambe sanno che vedo altre persone; entrambe trovano sempre qualche indumento o oggetto dell’altra nel Cassetto delle Donne (ovvero dove ripongo gli oggetti che “inspiegabilmente“, ogni singola volta, la ragazza di turno dimentica).

La settimana di Ninfetta
Questa è la settimana di Ninfetta. Avviso Piccolina che questa settimana non ci sarò. Lei prova a capire se la passerò con la sua acerrima rivale (che non risparmia di chiamare “zoccola“, “escort“, “pesce con i gommoni come labbra“, etc) o con altre. Sono stato molto chiaro: non le deve interessare con chi sono; è una scelta mia. Quindi non faccio disclosure. Le dico che devo partire e andare fuori Milano, quando invece passerò tutto il tempo a casa a fare sesso con Ninfetta. Ma lei non è stupida.
Per entrambe, quando sono a casa mia è come se convivessimo . Piccolina mi ordina i mobili e mi arreda la casa, per lasciare il suo tocco e mostrare all’altra una presenza femminile.

Ninfetta, invece, fa (o finge di essere) la fidanzata premurosa: mi fa il colore alla barba, i massaggi e tonnellate di ottimo sesso.

Stavolta Ninfetta è un po’ diversa. Sembra meno presa. Doveva venire una settimana fa ma “inspiegabilmente” ha perso il treno (in realtà una spiegazione c’è ma la scoprirò – ahimè – solo molti mesi dopo). E, per giunta, ha il ciclo.

Un guerriero come me non si lascia spaventare da un po’ di sangue sulla sua spada. Ma lei non ne vuole sapere, per scopare dice di attendere qualche giorno che finisca… Ed è sempre ad armeggiare con quel cellulare, un po’ meno presente del solito. Sono abbastanza infastidito da questo; qualcosa non mi quadra. E questa sensazione renderà possibile quanto sto per raccontare.
La salsiccia e il decreto di Piccolina
Mi scrive Piccolina:
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Il tono della chat, parafrasato:
Lei: “Ti voglio. Adesso. Non ce la faccio a stare senza di te.”
Lui: “Amore, non sono lì, non posso materializzarmi.”
Lei: “Allora mi arrangio da sola?”
Lui: “Usa le dita, no?”
Lei: “Le dita non mi bastano! Io voglio la salsiccia, non il contorno!”
Lui: “Adesso non posso proprio.”
Lei: “Allora facciamo videochiamata. Almeno ti vedo.”
Lui: “Domani forse riesco a ritagliarmi un po’ di tempo. Promesso.”
Lei: (sticker di un gattino con gli occhi grandi)
Lui: “Non fare quella faccia…”
Ok, questo è il modo di parlare di Piccolina, il suo glossario essenziale: con “salsiccia” o “salsiccino” intende il pene; con “Zozza/Zozza” intende la persona con cui si scopa; con “giochini” intende sex toys.
Il tono della chat, parafrasato:
Lei si definisce con epiteti che farebbero inorridire una suora — “la tua zozzetta”, “la tua porcellina” — con quel misto di autoironia e provocazione che era il suo marchio di fabbrica.
Lui: “Sei tremenda. Sai che non ti resisto quando fai così.”
Lei: “Ho bisogno di stare con te. Trovo un modo, vedrai.”
Lui: “Tipo?”
Lei: “Tipo che passo da te per un’oretta. Solo un’oretta, giuro.”
Lui: (silenzio eloquente che vale come un sì)
Inoltre, pur essendo uno scricciolo, ha la stessa autorità di Napoleone. Lei non chiede: comanda. Non chiede “per favore”; lei pretende. Specie quando… “le pulsa”!
Il tono della chat, parafrasato:
Lei: “Scopiamo. Adesso. Subito. Non domani, non tra un’ora. ADESSO.”
Lui: “Ok, prenoto un hotel. Tu porta i documenti.”
Lei: “Porto anche i giochini.”
Lui: “Preparati che passo a prenderti.”
Lei: “Mi sto già preparando. Tu intanto lava la salsiccia, eh!”
Lui: “…”
Lei: “E prendi i giochini dal cassetto.”
Una conversazione che sembrava il briefing pre-operazione di un commando delle forze speciali, solo che l’obiettivo era una camera d’albergo e l’equipaggiamento era molto diverso da quello della NATO.
Sono molto titubante. Credo molto nel rispetto e nella trasparenza: lasciare una tipa a casa per scoparne un’altra non è allineato ai miei valori.
È anche vero che Ninfetta si sta comportando male: ha “perso” l’aereo, ritardando l’arrivo di una settimana (e facendomi sprecare parecchi soldi per i biglietti), è poco connessa e sessualmente poco disponibile. Ok il ciclo, ma non vuole sentirne di fare sesso anale e persino i pompini – suo vanto ed eccellenza – sono fatti con meno spontaneità. E io ai pompini ci tengo, lo sapete!
Niente, Ninfetta trascura la mia salsiccia, io trascuro lei e decido di farmi tentare dalle brutali avance di Piccolina.
In un’altra conversazione, il tono era ancora più esplicito. Lei si lamentava delle limitazioni fisiche del momento e proponeva alternative che avrebbero richiesto un cambio di piano — letteralmente, dal piano di sopra al divano. Io cercavo di ragionare; lei tagliava corto con una logica disarmante: se non si fa quello che si dovrebbe fare, che senso ha stare insieme? Poi, con tenerezza improvvisa, confessava che la cosa più bella era avere qualcuno che rispondeva ai suoi bisogni quando li sentiva.
E vabbé… è porca! che si fa?
Un’altra sera, il gioco si faceva più audace. Lei mi provocava, io resistevo (male), lei insisteva. Si parlava di gelosia — la sua, la mia, quella ipotetica di altre — con la stessa naturalezza con cui si discute del meteo. Momenti di desiderio crudo si alternavano a battute che avrebbero fatto ridere anche un confessore. Quando le chiedevo se volesse davvero quello che stava descrivendo, rispondeva che il desiderio non ha bisogno di conferme — ha bisogno di azione.
Siamo giunti alle minacce! Qua si litiga! Non posso che capitolare…
Il tono della chat, parafrasato:
La stessa urgenza di prima, ma stavolta con le minacce. Il desiderio era diventato un ultimatum: “O vieni adesso, o non so cosa faccio.” Quando le facevo notare che avevo impegni, rispondeva che il desiderio non ha bisogno di conferme — ha bisogno di azione. Il tono era quello di chi organizza una rapina in banca, non un appuntamento romantico: orari, logistica, sequenza delle operazioni. E la salsiccia sempre al centro del piano strategico.
E laviamo la salsiccia, va’!
La fuga De Sica: dall’una all’altra
A Ninfetta dico che un mio amico si è lasciato con la ragazza e devo andare a consolarlo. Non obietta nulla, secondo me è persino felice… C’è qualcosa che non va, la sento lontana.
Recupero Piccolina dalla sua residenza studentesca e ci fiondiamo nell’hotel più vicino. “A che ora lascerete la stanza?” mi chiedono. Lina sembra una 14enne, mi imbarazza far capire che sono lì per scoparla ed essere preso per pedofilo… Faccio intendere che siamo padre e figlia, in viaggio e che dobbiamo giusto riposare un paio di ore durante il viaggio.

Piccolina è infoiatissima. Plug anale a forma di coda di coniglio, stimola capezzoli usato sul clitoride, lubrificanti vari. Passiamo due ottime ore di sesso, penso annoverabili tra le migliori scopate insieme. Accompagno Piccolina a casa. Lei è super affettuosa:
Il tono della chat, parafrasato:
Lei: “Grazie. Mi hai fatto stare benissimo.”
Lui: (si lamenta della situazione con Ninfetta/Alexandra)
Lei: “Ti desidero ancora. Sempre.”
Lei: (sticker di un bebè che dorme)
Lei: “Buonanotte. Voglio addormentarmi abbracciata al tuo sedere.”
Lei: “Notte, papà.”
Il contrasto era surreale: dalla ferocia erotica di due ore prima al tono da bambina che dice buonanotte al papà. Come se qualcuno avesse cambiato canale dalla pay-per-view a un cartone della buonanotte.
E lo sarà di più nei giorni successivi.
Le nostre chat di quel periodo erano un campo minato di desiderio e impazienza. Lei mi scriveva cose che avrebbero fatto arrossire un marinaio in licenza: voleva vedermi, voleva stare con me, e lo esprimeva con una franchezza che non lasciava spazio all’interpretazione. Si lamentava che il ciclo le impediva di fare quello che voleva fare con me, e immediatamente proponeva soluzioni creative che coinvolgevano divani e piani superiori della casa.
Il tono oscillava tra il pornografico e il domestico: un momento parlava di desideri che richiederebbero un disclaimer legale, quello dopo discuteva di gelosia con una naturalezza disarmante. Ammetteva di essere gelosissima — prima negandolo, poi confermandolo nella stessa frase, con quella coerenza emotiva tipica di chi ha vent’anni e un cuore che corre più veloce del cervello.
Mi chiamava con un nomignolo che non posso ripetere qui senza rischiare una querela, mi diceva che pensava a me in modi che farebbero sciogliere il ghiaccio polare, e poi — con la stessa disinvoltura — mi proponeva di fare un figlio insieme, per poi ritirare immediatamente l’offerta con la scusa che sarebbe venuto fuori troppo permaloso.
Piccolina in chat era tutto quello che dal vivo faticava a mostrare: diretta, affamata, senza filtri. Una ragazzina che ti scriveva “voglio tanto stare con te” e poi si lamentava che non eri disponibile quella settimana, come se il tuo calendario dovesse ruotare attorno ai suoi desideri. Il che, a pensarci bene, era esattamente quello che succedeva.
Il tono della chat, parafrasato:
Lei: “Oggi mi sento particolarmente dolce. Voglio baciarti dappertutto. Leccarti le guance. E poi…”
(segue una sequenza di desideri che farebbero arrossire un marinaio in libera uscita, dettagli che la decenza impone di omettere)
Lei: “Ah, a proposito — ho riordinato tutta la casa e sto aspettando il corriere per le consegne.”
Il passaggio dal registro erotico a quello domestico avveniva senza nessuna transizione. Un messaggio parlava di atti che violavano almeno tre articoli del codice penale, quello dopo era una lista della spesa.
Ritorno a casa, Ninfetta è presa dalle sue cose, non immagina nulla. L’indomani mattina, mi trova al Mac.
Lei: “Cosa fai?”,
Io: “Compro dei biglietti”
Lei: “per chi?”
IO: “Per te. Ti rimando a casa prima. Parti oggi pomeriggio”
Lei: “ma perché!?”
Io: “Ninfetta, sei poco presente, non mi scopi, non sei affettuosa, sei altrove con la mente… non ha senso che ti dedichi tempi”
Inizia a saltellare tutta preoccupata ed è finalmente affettuosa. La stronza.

Inizia una settimana di ottimo sesso, foto provocanti. Facciamo sesso anale, e come insegna la Dea Francese, il culo è la strada per il cuore.

E’ finalmente premurosa e proattiva. Mi manda anche dei discreti nudi mentre sono al lavoro.

Il giorno del giudizio
Terminata la settimana, l’accompagno all’aeroporto.
Sono un po’ di corsa, perché — da buon De Sica — ho organizzato per la sera stessa un incontro con Teppistella: un’altra ragazza, super giovane, amante delle cause sociali, che da tempo mi chiedeva di vederci.
Teppistella finisce la sua manifestazione pro-palestina e viene a casa mia in completo mimetico da manifestazione, con tanto di bandiera della pace alta 2 metri. È piena di lividi, per essersi fatta manganellare dalla polizia, stanca e tutta stropicciata. Decido di tirarla su portandola a un sushi di livello stellato, un’esperienza che lei non ha mai vissuto.
Si lava e si cambia da me. Indossa il vestito da sera. È stupenda, risplende come la luna nel deserto.
Arriviamo al ristorante. Ninfetta inizia a scrivere. Ha perso il treno; ha bisogno di aiuto per trovarne un altro. È in un posto sperduto della Germania, in mezzo a tipi loschi, in una stazione dimenticata da Dio. Da sola non è in grado di risolvere nulla, sono costretto ad aiutarla, con Teppistella accanto che finge comprensione. Io – sempre più DeSica – mi trovo a gestire le due situazioni.
Finalmente torniamo a casa. Finalmente, Teppistella e io ci concediamo un momento di passione. Iniziamo a spogliarci. Ci ammiriamo, tocchiamo, lecchiamo. Ci sfioriamo, coccoliamo, accarezziamo. È giovane, ci vado piano. Ma proprio sul più bello… suona il telefono! Ninfetta è ancora in difficoltà. Teppistella sorride nervosamente, dicendo “Sono stanca per la manifestazione, voglio andare a casa.”
Ha ragione, doveva essere la sua serata. Ma come posso lasciare Ninfetta da sola?
L’indomani mattina viene da me Piccolina. “Non male!” – penso – “tre ragazze in 12 ore!”.
Mi corre incontro, mi salta in braccio. Poi si allontana, mi gira, mi guarda e mi dice: “Ehi, ma che succhiotto gigante hai sul collo?!”
Ecco cos’era quel dolore al collo con Ninfetta. La stronzona ha voluto marchiare il territorio. Non mi era capitato nemmeno quando avevo 15 anni.
Piccolina non la prende benissimo
Il tono della chat, parafrasato:
Lui manda le foto del succhiotto.
Lei: “Dille che fa schifo. Che succhiotti minuscoli. La prossima volta faccio io, e vedrai la differenza. Io sono una tigre, lei una gattina spelacchiata.”
Lui: “Cosa le dico?”
Lei: “Dille che non ci sarà una prossima volta. Ignorala. Punto.”
La gelosia di Piccolina era chirurgica: non si limitava a essere gelosa, analizzava l’opera della rivale e la criticava professionalmente. Come un critico d’arte davanti a un quadro mal riuscito.
Piccolina mi estorce l’identità della ragazza che ho ospitato per una settimana. Inizia il dramma:
Le prove del delitto: foto del succhiotto da varie angolazioni, come una perizia medico-legale. Piccolina le esamina con lo sguardo di un pubblico ministero.
Il tono della chat, parafrasato:
Lei: “Quella è stata nel tuo letto? CAMBIA LE LENZUOLA. Anzi no: cambia il materasso. Anzi: disinfetta tutto.”
Lui: “Vuoi che metta anche l’acqua santa?”
Lei: “SÌ. E chiama un prete per l’esorcismo. Quella donna ha contaminato tutto.”
Lui: “Faccio venire direttamente il Vaticano?”
Lei: “Non è divertente. Quando viene la donna delle pulizie?”
Lui: “Mercoledì.”
Lei: “Io non entro in quella doccia finché non è stata sterilizzata. Quella donna sporca ha usato il TUO bagno.”
Il livello di purificazione richiesto era passato dal detergente all’acqua santa, dall’acqua santa all’esorcismo, dall’esorcismo alla demolizione totale dell’appartamento. Mancava solo il napalm.
Il tono della chat, parafrasato:
Lei manda la foto di una bambola gonfiabile da sex shop.
Lei: “Ecco il tuo regalo di compleanno!”
Lui: “Comportati bene.”
Lei: “Ma io mi comporto benissimo! È un pensiero affettuoso, no?”
Lui: “…”
Lei: (faccina angelica)
Il suo umorismo era un’arma di distruzione di massa: ti mandava una bambola gonfiabile con la stessa naturalezza con cui un’altra ti avrebbe mandato un mazzo di fiori.
Comunque, la sfida tra le due è molto ardua… Farei giudicare voi stessi, ma Piccolina non mi ha autorizzato a mettere – seppur anonimizzate – le sue foto. Vi lascio giusto il sedere di Ninfetta.


D’altra parte, io e Piccolina insieme siamo bellissimi!

E infine questo sono io (sempre De Sica) che parlo ai miei amici padri preoccupati (Boldi):
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