
Esile.
Carnagione chiara.
Capelli lisci che cadono gentili lungo le spalle.
Un colpo di matita nera lungo gli occhi, per allungare lo sguardo e renderlo più misterioso, quasi egiziano.
Mi manda tre foto.
Prima foto: un vestitino rosso semplice, dignitoso, indossato nella speranza di piacere.
Seconda foto: jeans bianco e top nero.
Terza foto: vestitino nero, con ricami di pizzo, sensuale ma rigoroso.
In tutti e tre non guarda in camera, ma verso il cellulare con cui sta scattandosi un selfie allo specchio.
Li ha scattati per me: per chiedermi quale dei tre outfit indossare stasera, al nostro primo appuntamento. Il mio Tinder date di stasera (la storia è di qualche mese fa, prima che incontrassi la Rossa). Una ragazza che — invece di uscire con il primo outfit che trova — ti chiede consiglio su quale indossare è già un’eccezione statistica nella civiltà del Tinder swipe automatico.
Io: “Metti il secondo, quello di pizzo“
Lei: “Concordo“
Poche comunicazioni essenziali. Poca leggerezza. Si scrive quanto necessario per organizzare la logistica, lasciando all’incontro il piacere della scoperta.
Location: cocktail bar a Milano. Lei si spara 40 minuti di auto per arrivare. Nessuna richiesta di Uber. Mi offro di andarla a prendere. Mi risponde “non serve, vengo da me“.
Eccola arrivare: ha indosso il vestito concordato e delle scarpe chiuse (non ricordo se anfibi o Dr. Martens). Butto sempre un occhio sulle calzature di una donna, memore di quanto letto da ragazzo in un’opera di Freud. Il padre della psicoanalisi sosteneva che la donna vede nel proprio piede la metafora simbolica del pene… Ok, lo conosciamo bene il vecchio maiale: vedeva cazzi in ogni dove… ma ogni tanto ci prendeva. Freud legge nella scelta della scarpa da indossare un indizio disvelatore della sessualità sottesa: una scarpa aperta, con molta pelle a vista, suggerisce una ricerca di incontro; una ballerina essenziale una sessualità naturale, bambinesca; il tacco a spillo, una sessualità più aggressiva. E l’anfibio? Beh, l’anfibio non può che suggerire chiusura, desiderio di tenere la sessualità come una componente nascosta, problematica, da rimuovere.Le scarpe sono il cv erotico esposto pubblicamente: uno cammina dentro la propria sessualità ogni minuto, senza nemmeno saperlo.
Tutto ‘sto ragionamento avviene nella mia mente in meno di mezzo secondo, mentre lascio cadere uno sguardo sulle sue calzature. E si conclude con un pensiero: zio Sigmundo, che penserebbe di un uomo con oltre 70 paia di scarpe, di cui 20 da cerimonia, ma che ne indossa sempre le solite tre? Come descriverebbe la sessualità di un uomo che veste spesso total black ma affida la cifra distintiva del suo stile a delle scarpe coloratissime, sgargianti e spesso dalle forme particolari? E che evita accuratamente di indossare scarpe con i lacci… perché i lacci non gli piacciono? Come la corda dell’arco tesa da due estremi sempre più lontani, è interessante questa tensione tra la continua ricerca di novità nell’acquisto e l’abitudinarietà nell’uso; tra l’amore segreto per la cerimonia e la sua negazione pubblica, tra il colore gridato e l’understatement del corpo.
Ma, ciancio alle bande!, accolgo la mia ospite e la scorto sorridendo al divanetto. È sorridente ma sembra un po’ tesa. Lo faccio presente.
Lighea: “Ti confesso che sei il mio primo date“.
Io: “Della settimana?“
Lighea: “Di sempre! Mi sono appena lasciata dopo 8 anni di relazione!“
Io: “8 anni? Ma se sei poco più che ventenne!“
Lighea: “Sì, sono stata in relazione che è durata tutta la mia vita adulta e pure qualche anno della mia adolescenza. Non ho mai fatto appuntamenti, men che meno con le app. Non so come funziona!“
La guardo in silenzio per un attimo, fingendo — novello Atlante — di avere il mondo sulle spalle. Poi le sorrido e con tono caldo e sincero le dico:
“Sono onorato che tu abbia scelto me come primo date. È una grande responsabilità essere il tuo primo. Hai fatto bene a dirmelo. Io tendo a essere molto diretto ma farò particolare attenzione a prendermi cura di te. Se in qualsiasi momento qualcosa dovesse darti fastidio, dimmelo“.
Sempre sorridendo, le esprimo il disclaimer: “e, infine, non è che dobbiamo per forza finire a letto: può benissimo essere una chiacchierata leggera e divertente“.
Curioso che ogni volta che dico questa frase, la ragazza finisca a pecora sul mio divano entro 2 ore e 23 minuti.Probabilmente esiste una formula matematica che ancora attende il suo Riemann.
Con sincero interesse, le chiedo della sua storia precedente.
Lei mi racconta un po’ dell’assurda gelosia del suo ex.
Io: “beh, quindi se sapesse che stasera sei qui con me non sarebbe contento“
Lei: “no, ma stai tranquillo: non può farti nulla. È stato deportato all’estero“.
Io: “come, deporato? E me lo dici così, con tutta ‘sta nonchalance?“
Lei: “sì, non saprei come dirlo“
Io: “uhm, se permetti un consiglio, forse questa cosa è meglio non dirla al primissimo appuntamento. E — di grazia — per cosa è stato deportato?“
Lei: “percosse per gelosia“
Io: “ah, percosse per gelosia! Uhm! Fantastico!” Mi guardo attorno, guardingo. “Ecco, non dire neanche questa!“
Ridiamo. Ridiamo perché altrimenti bisognerebbe alzarsi e andarsene; e nessuno dei due ne ha la minima intenzione.
Nonostante abbia poco più di 20 anni, Lighea è un vino antico, nobile, con più struttura di quello che la sua bottiglia impolverata possa far presagire. Una bottiglia aperta oggi, dopo poco meno di 10 anni a riposo in un’oscura e umida cantina. Un Donnafugata dimenticato in fondo allo scaffale di un wine bar che si ostinava a servire Prosecco a tutti. Intuisco una storia tormentata, ma preferisco non essere troppo diretto nelle domande: Lighea è una ragazza che vuole vivere, non un caso da compatire.
Con Lighea, tutto è un non detto. Tutto è subcomunicato, inoculato, trasmesso nelle premesse. Guardo quegli occhi scuri e leggo l’ombra di storie mai raccontate, vissuti profondi e sicuramente non semplici. In lei vedo una grande dignità e un grande coraggio. E anche un bel culo, che palpo quasi subito.
Le racconto di me. Ridiamo e ci sciogliamo. Mi chiede se la accompagno fuori per una sigaretta.
Si siede sul muretto, a gambe larghe, con la gonna lunga che copre tutto. Mentre parliamo di sigarette, le mie mani si infilano sotto la gonna. Generose, risalgono le cosce, lungo l’interno, e si fermano sullo psoas (caro lettore, non sai dov’è lo psoas? Ecco perché non trombi! Studia!). Lei continua a parlare facendo finta di nulla, ma la voce diventa più calda, il tono si alza di mezz’ottava.
Dopo pochi secondi — sempre mentre parlo — le mie mani ricominciano a muoversi, un po’ salgono, un po’ discendono. Il suo sguardo si accende, i suoi occhietti scuri mi chiedono di salire. Io, Magnificamente, faccio finta di non capire e continuo a parlare.
Giusto il tempo che lei si abitui e veloce risalgo verso la valle dell’Eden. Vado diretto, sposto le mutandine e appoggio sapientemente il polpastrello del mio indice.
Io: “sei bagnatissima. Dietro questa espressione di serafico distacco, una maialina si contorce vogliosa“
Lei, sussurrato: “SIII!“
Come la corda violentemente si tende all’allontanarsi dei due estremi dell’arco, così la tensione tra i nostri sguardi esponenzialmente sale.
Ad ogni respiro.
Ad ogni mezza parola.
Normalmente starei lì a parlare, a cuocermela a fuoco lento, talvolta intensificando il suo piacere, talvolta negandolo. Ma lei è autentica, sincera, trasparente, onesta. E mi vuole disperatamente dentro. E chi sono io per negarglielo?
La riporto dentro, non le dico nulla, lei prende le sue cose in fretta e ci fiondiamo a pagare.
Usciamo dal locale diretti verso casa mia.
Io: “facciamo cinque minuti un salto a casa mia, giusto per farti assaggiare quel vino di cui ti parlavo, e poi riusciamo“.
Ecco, momento didattico per i giovani smaschietti (voi donne, saltate pure quanto segue).
Il percorso tra locale e casa è in assoluto il più pericoloso. Entrambi sanno dove si va e perché. Ma guai ad essere espliciti: uccide la tensione e libera quella che, nella scena del dating, si chiama LMR — Last Minute Resistance, o anche nota come “Difesa Anti-Zoccola”. Mystery (sì, quello del cilindro e del Game) ci ha scritto sopra mezzo manuale.
Per quanto mi diverta a confutare le tesi turbo-femministe della mia amica Lella, è innegabile che la società eserciti una pressione strepitosa sulla sessualità femminile. Da tempo immemore, la sessualità femminile è stata temuta, osteggiata, controllata. Bastava mezza parola, un comportamento sbagliato ed ecco che la povera fanciulla finiva ostracizzata, esclusa, additata come zoccola e con la vita rovinata.
Oggi non è più così (forse siamo all’opposto, in effetti), ma nell’inconscio collettivo e nella cultura è rimasta atavica memoria di questo. Il paradosso della modernità: la donna libera che — per potersi concedere — deve ancora fingere di non volerlo. Tremila anni di Bibbia, Concilio di Trento e suocere non si scrollano via in due generazioni di MeToo.
Di conseguenza, nonostante entrambi si voglia scopare, essere espliciti in questo momento porta spesso la donna a sentire di apparire troppo zoccola e a mandare tutto all’aria.
Specie con quegli uomini moralisti, che hanno passato tutto l’appuntamento a lamentarsi che non esistono più le donne di una volta… ma io dico, ma siete scemi? Non dico di fare come me (che mostro le foto delle mie ex e le sfido di non essere abbastanza troie per meritarmi), ma neanche di tagliarsi i coglioni da soli.
Quindi fate come me, usate una scusa super palese (quasi al livello della collezione di farfalle) e vedrete che, appena arrivati a casa, vi salterà addosso come una sugar baby all’ultima borsa Chanel in saldo.
Parentesi chiusa, possiamo continuare. (Ok, fanciulle a cui ho detto di saltare questa parte… sappiamo benissimo che avete letto tutto! Non c’è modo migliore di far fare qualcosa a una donna che dirle di non farlo. Eheh).
Vabbè, il resto lo potete immaginare: plug anale (prima volta, dice). Scopata sul divano. Un po’ di ardore e tante coccole.
Mentre tutto il corpo danza, dal pavimento pelvico allo sternocleidomastoideo (… come, che cos’è? Fanciulli, ma lo volete capire che dovete studiare!), la guardo.
La vedo libera, esploratrice, cosciente di sé, che si affida a me come il mio commercialista quando mi chiede consigli su come pagare meno tasse.
Adesso è felice. Ma so cosa succederà. Succederà che, mentre tornerà a casa, si sentirà un po’ sporca. Non si riconoscerà, di essersi subito lasciata andare. Mi dirà che ho corso troppo. E proietterà su di me quello che è stata lei a desiderare, come se fosse colpa mia.
Come con TetteDolci, ricordate? Con l’aggravante che — essendo appena uscita da una relazione soffocante — sentirà il bisogno di prendere un po’ d’aria.
Ma Lighea è donna intelligente e profonda. Spero che torni. In fondo, le ho mostrato solo l’1% di quello che potremmo esplorare insieme.
La riaccompagno in auto e la vedo allontanarsi nell’orizzonte milanese.
Due vite si sono incontrate.
Due vite si sono sfiorate in un orgasmo.
Due vite si sono allontanate.
Vedremo.
Questo articolo è disponibile anche in:







