Tired of Boys? Try a Man!

La Contessa, Finalmente!

L
Ritratto illustrato della Contessa, protagonista del racconto ambientato a Belgrado

Parliamo della Contessa. Belgrado, ristoran…
?: Alleluja!”
Io:“chi parla?”
?: “…”
Strano, mi sembrava di aver sentito qualcuno parlare. Vabbè, stavo dicendo…
Belgrado. Ristorante di carne, ambiente moderno. L’aria è densa di fumo (lì si può ancora fumare all’interno). Intorno a me, il mio team serbo. La mia azienda possiede una partecipata serba, con la crème de la crème dei super tecnici del nostro settore.
Ho fatto un saldo lì per la cena di Natale, a sorpresa. Oddio, in realtà mi avevano scoperto tutti, tranne uno… che, in shorts e camicia a fantasia, passerà tutto il resto della cena a lamentarsi dei colleghi, tirati e in abito. Eheh, adoro i miei ragazzi!
L’indomani incontrerò la Dea Francese, dopo 6 anni, ma ho fatto di tutto per esserci, anche a costo di arrivare e ripartire in meno di 24 ore.
Di fronte a me, siede Ivan. Parliamo del più e del meno; mi chiede un po’ della mia vita. Gli racconto del fatto che sono tornato da poco single. Aggiungo:
Io: “Sai, domani incontro una vecchia protagonista del blog…”
Lui: La contessa?
Io: “Wow. No, incontro la Dea Francese! Ma trovo interessante che ti ricordi della contessa!”
È una ragazza che ho incontrato più di sei anni fa, che desiderava tanto essere rappresentata nel blog e di cui non ho mai scritto, ma solo citato qui e là.
Con pieno stupore guardo Ivan negli occhi, di un celeste intenso. Questi serbi sono sempre pieni di sorprese. A prima vista appaiono degli omaccioni giganteschi, dall’aspetto burbero… quei tipi che ti auguri di non incontrare mai alle 2 di notte in un quartiere isolato. Poi li conosci e ti rendi conto che sono persone di cuore, di spiccata umanità e spesso di grande sensibilità. Di Ivan, in particolare, mi sorprende la combinazione tra una mente ordinata, razionale, tagliente, che non fa sconti a nessuno con una profonda sensibilità, intuizione e capacità di vedere dentro l’anim…
?:Orsù, basta così! Mi avete colmato la misura! Ivan, i Serbi e la sensibilità di ‘sta beata minchia: tutto insieme mi ha devastato la pazienza!
Io:“Ma chi parla?”
?:Sono la Contessa. E sono sei anni — dico S E I anni, ché forse con la sillabazione vi penetra nel cranio — che attendo una storia degna del mio nome. E quando, dopo sei anni, finalmente vi degnate d’iniziarla… eccovi lì: a consumare pagine e fiato sui vostri Serbi, invece che su di me!
IO:“Ah, contessa! Ma che bello risentirti! Ma sì, stavo giusto facendo una digressione poetic…”
Contessa:“Digressione? Poetica? Ma quale digressione, quale poesia! Ditemi piuttosto: ma sto Ivan ve lo siete scopato, sì o no?!”
Io: “Ma che minkia dici, Contessa! Non mi piaccioni gli uomini”
Contessa:Ah, non vi piacciono gli uomini… e allora smettetela di frignare e scrivete di me, immediatamente. O vi siete già scordato quella mia raffinata arte, quella specialità delle tonsille, mentre voi riponevate il vostro arnese nella mia nobilissima cavità orale?”
Ah, il pompino della contessa! Novella madeleine di Proustiana memoria! Ah, quali ricordi sbloccati che brillano come diamanti su una corona!
Io:No, no, ricordo bene e con piacere”
Contessa:“E allora – di grazia! – datevi una mossa, penna alla mano e dignità in resta! Su, lavorate!”
Agli ordini!
Uhm, ok, scriviamo della Contessa.
La contessa, ehm, sì insomma..
Contessa:“…”
Sì, la Contessa in realtà….
Contessa:“… … ..”
Io:“Senti, Contessa, la tua presenza qui mi inibisce la creatività. Non ho mai scritto di qualcuna sotto il suo occhio vigile. Facciamo così: fatti un giro e ti chiamo io quando ho finito, ok?”
Contessa:E sia. Mi ritiro con freddo rigore aristocratico… ma sappiate questo: se torno e trovo ancora Ivan, i Serbi e la vostra sensibilità da quattro soldi, vi giuro che vi faccio ingoiare il calamaio. Con tutta la boccetta. Arrivederci, vado a chiedere un Bahlsen!


Che peperino, la Contessa!
Ad onore del vero, va detto che la Contessa è una delle donne più gentili, educate, nobili d’animo che abbia mai conosciuto. Sempre misurata, a modo, leggiadra pur quando mi mandava le foto delle tette. Non fatevi dunque travare da questa rappresentazione alla Carlo Vanzina… Tale livore è il frutto di anni di attesa colpevole.

I dettagli sono un po’ offuscati — parliamo di sei anni e una trentina di ragazze fa — ma il ricordo è forte. Siamo nel novembre 2020, esattamente tra l’Americanina e la Chica Venezolana, ben prima della mia ex storica. La conosco su Tinder e la invito subito a uscire.

Uscita easy: giro in Darsena, ore a parlare su una panchina. Normalmente l’avrei portata a casa con una scusa (“vieni che ti presento Salomone, il mio cane”) con l’intento di sdraiarla a letto. Ma il mio amico Filippo, che in quel periodo mi faceva da coach di seduzione, mi aveva dato un esercizio preciso: smetterla di provare a portarmele a letto subito. Quindi restiamo sulla panchina per ore, senza tentare nemmeno un bacio. Come promesso a Filippo. Come non promesso al mio arnese, che protestava silenziosamente dal basso.

Un anacronismo in carne e ossa

La Contessa non era una ragazza. Era un anacronismo.

Seduta su quella panchina, parlava come se avesse appena posato una tazza di tè in una villa toscana e non capisse bene come fosse finita a Milano, di notte, con un tizio che si fa chiamare Il Magnifico. Io — abituato alle conversazioni da Tinder, quel valzer prevedibile di “cosa fai nella vita” e “ti piace viaggiare” — mi ritrovai a parlare di cose vere. Di padri. Di limiti. Di risotti. (Il risotto alla milanese è una metafora della vita: se non hai la pazienza di mescolare, si attacca e brucia tutto. Ma questo lo capiremo dopo.)

Non la bacio. Promessa a Filippo. Le dico che l’indomani devo ripartire per incontrare un’altra ragazza — perché Il Magnifico è molte cose, ma bugiardo no.

Lei mi guarda con quegli occhi da nobildonna che ha visto crollare imperi senza alzare la voce: “Va bene. Fai quello che devi fare.”

Nessuna scenata. Nessun messaggio passivo-aggressivo alle 3 di notte. Dignità allo stato solido. E io che penso: ecco, questa è pericolosa. Le pazze le gestisco. Le donne con la schiena dritta mi fregano.


Pasta alle vongole, un cane come complice e il gioco che durò sei anni

Ci rivediamo. E rivediamo. E rivediamo ancora.

Vongole, vino e vocativo nobiliare

Nel giro di un mese la Contessa diventa una presenza fissa nella mia cucina — che, a quel tempo, era il mio principale strumento di seduzione. Mentre i miei colleghi investivano in abbonamenti Tinder Gold, io investivo in vongole veraci e Pecorino Romano. Il ritorno sull’investimento era decisamente superiore.

Il format è sempre lo stesso: cucino, parliamo, lei conosce Salomone, il mio cane. Salomone — giudice infallibile di anime, il più grande talent scout sentimentale che abbia mai avuto — la adora immediatamente. Si accuccia ai suoi piedi come un cavaliere medievale davanti alla sua signora. E Salomone non si accuccia ai piedi di nessuno. Salomone abbaia ai corrieri, ringhia ai vicini e costantemente prova a mordere il mio povero socio.

Contessa: Salomone aveva più gusto del padrone.
Io: “Su questo non posso darti torto.”

È in una di queste serate che nasce il gioco. Non ricordo chi abbia cominciato — probabilmente io, con la mia tendenza a trasformare tutto in una narrazione epica — ma a un certo punto le conversazioni assumono un registro nobiliare. Lei, nei fatti, è veramente una Contessa, seppur decaduta. Ergo, io divento Il Conte (che, combinato col Magnifico, fa un po’ troppo Ancien Régime, ma ci sta).

Lei: “E come sta il signor Conte? Come procede il suo nobile lunedì?”
Io: “Ordinario, sto frustando la servitù come tutti i lunedì.”
Lei: “Bravo! È importante iniziare la settimana nel modo giusto.”

Non era un roleplay da camera da letto. Era qualcosa di più strano e più bello: un linguaggio inventato a due, una commedia dell’arte per soli due attori. Un codice privato che diceva, senza dirlo: siamo diversi dagli altri, noi. Noi giochiamo su un altro livello.

Questo gioco durerà sei anni.
Nessuna routine. Nessun opener. Nessuna tecnica.
Solo vongole, vino e vocativo nobiliare.


In cui Yogu Tsuro vota no

Ci vediamo quattro, cinque, forse sei volte. Le sere con la Contessa sono piacevoli: risate, coccole, conversazioni brillanti, gioco col ghiaccio sui suoi capezzoli, le manette che “le stanno davvero bene”. Lei si concede con una generosità e una tenerezza rare.

C’è solo un problema.

Quando l’arnese dichiara sciopero

Yogu Tsuro — il mio arnese, il mio azionista di maggioranza che si annida nei miei pantaloni per i lettori nuovi — aveva deciso, unilateralmente e senza consultarmi, di votare no. Il bastardo. E non un no diplomatico, un “forse la prossima volta”, un “ne riparliamo”. No. Ha votato un no categorico, senza appello, con tanto di carta bollata e tripla firma notarile. Il genere di no che se lo ricevi a un referendum, sciogli le camere e ti ritiri in campagna.

Ora, so cosa state pensando. “Ma come, Il Magnifico, il grande seduttore, il Conte dei Navigli, e il pisello non collabora?” Ebbene sì. Era sei anni fa, a mia discolpa. Il pisello aveva le sue idee. E non coincidevano con le mie. È il tradimento più democratico che esista: non ti serve un complotto, un avvocato o un’assemblea straordinaria. Basta che il tuo stesso corpo decida che stasera si resta a casa.

Contessa: Per la cronaca: la nobildonna non ha gradito il tradimento dell’arnese. Ma il nobiluomo è stato comunque un ottimo padrone di casa.

Sapete cos’è la cosa più bizzarra? Che la Contessa non faceva una piega. Letteralmente. Dove un’altra si sarebbe offesa, dove un’altra avrebbe pensato “non gli piaccio”, dove un’altra avrebbe fatto le valigie emotive e sarebbe uscita sbattendo la porta — la Contessa restava. Con la stessa grazia con cui avrebbe accolto un imprevisto meteorologico a una garden party: “Oh, piove. Pazienza. Spostiamoci sotto il gazebo.”

Il problema non era lei. Il problema era che il mio arnese, per ragioni che all’epoca non comprendevo e che oggi comprendo fin troppo bene, funzionava a intermittenza con le donne sane e a pieno regime con le bombe a orologeria. Un criterio di selezione del cazzo — in senso stretto e letterale.

Ma a quel tempo non lo sapevo. A quel tempo, ho fatto la cosa che fanno gli uomini quando non capiscono un problema: l’ho trasformato in una decisione.

Io (in chat): “È un po’ frustrante per entrambi, devo risolvere il mio momento di bassa libido.”
Contessa: “Non è un problema. Non lo è al punto tale che ho comunque voglia di rivederti e te lo sto dicendo abbastanza chiaramente.

Avete letto? “Te lo sto dicendo abbastanza chiaramente.” In un mondo di ghosting, di messaggi ambigui, di “vediamo” e “poi ti faccio sapere”, una donna ti dice in faccia che vuole rivederti. Con la stessa chiarezza con cui si ordina un caffè al bar. E tu che fai?

Io: “Ero convinto non ti avrei sentito più.”
Contessa: “Pensavo di essere stata chiara sul fatto che io non sparisco senza dare spiegazioni.”

Ecco. Io non sparisco senza dare spiegazioni. Dieci parole che valgono più di cento dichiarazioni d’amore, perché non descrivono un sentimento — descrivono un carattere. E il carattere, a differenza dei sentimenti, non cambia col meteo.


La lettera (che poi una piromane mi brucerà)

Una mattina mi sveglio: la Contessa è già uscita. Ha raccolto le sue cose con cura — “assicurandomi questa volta di non lasciare niente” — e sul tavolo ha lasciato una lettera. Scritta a mano, sul blocco appunti intestato a un mio fornitore maltese. Che è probabilmente la cosa più da Contessa che potesse fare: appropriarsi della cancelleria altrui con nonchalance aristocratica. Come Napoleone che si incorona da solo: non chiede permesso, esegue.

La lettera su carta intestata rubata

La lettera dice questo:

Grazie per avermi lasciata dormire, ne avevo proprio bisogno!

Ho anche letto qualche articolo del blog. Non so di cosa avessi paura facendomelo leggere, non è niente di diverso da quello che mi hai raccontato. In alcuni casi hai anche usato le stesse parole!

Ciò che traspare dal blog è ciò che avevo intuito già dal secondo incontro, ovvero che io sto conoscendo Il Magnifico. E frequentare Il Magnifico è divertente! È interessante scoprire nuovi limiti e allontanarsi dai vecchi confini sotto la sua guida! Dopo un po’ però avere davanti un personaggio stanca perché io non ho bisogno di essere impressionata dai racconti, voglio avere a che fare con persone vere.

Credo tu abbia frainteso il mio discorso dell’altra sera e pensi che io voglia ingabbiarti in una noiosissima relazione monogama ed esclusiva. Non è così.
(In realtà era esattamente così, non credetele ndMagnifico) Io stessa al momento non so se voglio una relazione o se la voglio con te. So solo che indubbiamente insieme ci divertiamo molto e mi piacerebbe continuare a divertirmi con te. A patto che io possa farlo con Paolo e non con Il Magnifico e a patto che non debba essere sempre io ad inseguirti.

Mi aveva stupito che un uomo che ha capito i limiti come te li avesse creati egli stesso, ma in realtà credo sia la dimostrazione di ciò che ha deciso di chiamare la Gabbia Dorata dell’Originalità.

In conclusione, io adesso non ho più motivi per tornare, a meno che — parafrasando la Dea Francese — tu non vuoi che io torni.

xx
Contessa ♡

Ventitré righe di carta intestata rubata. E dentro, il ritratto più preciso che qualcuno abbia mai fatto di me — più preciso di qualsiasi psicologo, coach, mentore o ex moglie. In ventitré righe la Contessa aveva visto quello che Filippo ci avrebbe messo anni a farmi capire: che Il Magnifico era una maschera. Che la maschera, per quanto divertente, a un certo punto stanca. Che lei voleva Paolo — quello vero, quello senza armatura, quello che probabilmente è meno magnifico ma decisamente più umano.

La Gabbia Dorata dell’Originalità. Ha persino trovato un nome alla mia prigione. E l’ha trovato più bello del nome che le avrei dato io.

Ci avrebbe pensato la mia ex storica — anni dopo, accendino alla mano — a bruciare quella lettera. Letteralmente. Con la fiamma. Come fosse un documento compromettente da distruggere prima dell’arrivo della polizia. Ma questa è un’altra storia, e la Contessa non merita di dividere la pagina con una piromane.

Contessa: Mi ha bruciato la lettera?!
Io: “Con l’accendino.”
Contessa:
Contessa: E poi vi chiedete perché preferisco il voi.


La chiusura, la tregua del Toro, e il “non sono pronto” che dura sei anni

L’addio con i tacchi a spillo

Dopo la lettera, dopo il blog letto e commentato col bisturi (“Sei sembrato quasi umano”), dopo settimane di me che glisso sul rivedersi, la Contessa fa la cosa più nobile e più spietata che una donna possa fare a un uomo che tergiversa:

Contessa: “Non ti chiedo certezze. Ti ho chiesto semplicemente se vuoi continuare a vedermi. La decisione la prendo io per te.”

E se ne va. Schiena dritta, dignità intatta, tacco dodici sul pavimento come un punto esclamativo a fine frase.

Sei giorni dopo, un messaggio:
Contessa: “Ora che mi è passata l’incazzatura (da brava toro ci vuole qualche giorno).”

Da brava toro. La Contessa che si autodefinisce un toro. La nobildonna con le corna. Il contrasto tra il registro aristocratico e la sincerità animale è talmente perfetto che quasi mi commuovo. Quasi.

Io: “Quanto sei fantastica. Non sarei stato capace di scrivere un messaggio così.”
Pausa. E poi:
Io: “Ma non sono ancora pronto.”

Contessa: Non era pronto. SEI ANNI FA non era pronto. Lettori, quest’uomo è un cantiere infinito: sempre ‘quasi finito’, operai in pausa caffè dal 2020.

Ha ragione. Ma sapete cos’è il bello delle contesse? Che anche quando hanno ragione, lo dicono in un modo che ti fa venire voglia di darle torto solo per il gusto di vederle indignarsi.


Cinque anni di silenzio (brevissimo capitolo)

Pochi mesi dopo incontro la mia ex storica. E la Contessa finisce in un cassetto per cinque anni.

Cinque.

Contessa: Non ho battute. Nemmeno per una nobildonna c’è una risposta spiritosa al silenzio.

Non aggiungo altro. Ci sono silenzi che parlano, e poi ci sono silenzi che urlano. Questo era di quelli che ti guardano e scuotono la testa.


Le contesse hanno buona memoria

Cinque anni dopo

Luglio 2025. Sono single. Più leggero di quindici chili e di un matrimonio di illusioni. Una mattina il mio pollice scorre la rubrica fino al suo nome e le mando un vocale, chiedendole se si ricordi ancora di me.

Contessa: “Certo che mi ricordo, le contesse sono note per l’ottima memoria.”

Non mi odia. Non mi aspettava. Il che è molto meglio. Una donna che ti aspetta cinque anni ha un problema. Una donna che va avanti con la sua vita e ti risponde con grazia quando torni ha una qualità che non trovi su nessuna app: è completa senza di te. Non ha bisogno. Sceglie. E scegliere è sempre più elegante che aver bisogno.

Poche settimane dopo Belgrado ci rivediamo. Cocktail bar, cena, la porto a casa in moto. L’aria di novembre è gelida; lei si tiene stretta alla mia schiena e, per un istante, sono di nuovo nel 2020: stessa stagione, stesso freddo, stessa donna. Solo che adesso lei ha un fidanzato e io ho cinque anni di relazione in più nel curriculum.
Passa tutta la cena a sottolineare insistentemente come mi voglia unicamente come amico… Dovrebbe essere implicito, perché ripeterlo? Anche dopo cena:

Contessa: “Pensa all’idea dell’amicizia uomo-donna.”

Amicizia. L’uomo che le cucinava le vongole, le metteva le manette, le giocava col ghiaccio sui capezzoli — relegato nella categoria “amici”. Come un attaccante che ha sbagliato troppi rigori e finisce a fare il commentatore sportivo: guarda gli altri giocare e dice cose intelligenti dalla tribuna.

Contessa: Cucinate meglio di quanto amiate.
Io: “Questa me la segno.”

Vero. Ma è anche vero che è uscita con me… senza dire nulla al suo ragazzo. Mi sa tanto di “me lo parcheggio lì, non si sa mai”. Contessa stratega!

Illustrazione della Contessa stratega che nasconde la relazione al suo ragazzo
La Contessa, quando le chiesi di mandare foto di casa sua…

Il vero pompino della Contessa

Il pompino verbale della Contessa

Contessa: Finalmente! Il succo — se mi concedete il raffinato gioco di parole.

Calma, Contessa. Non quel pompino.

Contessa: Come sarebbe?!

No. Il vero pompino della Contessa è verbale. Otto parole, dicembre 2020:

“Ti ho chiesto semplicemente se vuoi continuare a vedermi.”

Otto parole che mi hanno risucchiato via tutte le filosofie, tutti i muri di testo, tutte le digressioni poetiche. Che hanno fatto col mio ego quello che il suo talento tonsillare faceva col mio arnese: lo hanno messo a nudo, reso piccolo, e gli hanno fatto capire che l’unica cosa da fare era arrendersi alla semplicità.

SÌ o NO.

E io non ho detto sì. Non perché non ne avessi voglia. Ma perché a quel tempo ero convinto che dire sì a una donna sana significasse rinunciare al brivido, al caos, a quella scarica elettrica che solo le donne sbagliate ti danno. Ero come un sommelier che rifiuta un Barolo perché ha preso il vizio della Sangria: sai che è un’altra cosa, ma ti ci sei abituato.

Ci avrei messo cinque anni a capire che il Barolo era lei.


In cui la Contessa ha l’ultima parola (come sempre)

Contessa: Ricapitoliamo. Sei anni di attesa. Un pompino memorabile. Una lettera d’amore scritta di mio pugno — su carta intestata rubata alla vostra società maltese, peraltro. E voi mi avete risposto con un trattato filosofico e poi siete sparito cinque anni.
Io: “Quando la metti così…”
Contessa: C’è un altro modo per metterla?
Io: “No.”

Contessa: L’articolo è accettabile. Il passaggio sui Serbi resta insopportabile. Per una volta, quasi umano.
Io: “Grazie, Contessa.”
Contessa: La prossima volta che mi fate aspettare sei anni, vi mando gli avvocati.
Io: “Promesso.”
Contessa: E adesso, se non vi dispiace, un Bahlsen. Ma di quelli buoni.


Nota dell’autore (ovvero: la confessione finale)

Sapete qual è la verità?

Mi divertiva così tanto l’idea di non darla vinta alla Contessa — sei anni a chiedermi un articolo e io sei anni a rimandare, un braccio di ferro nobiliare dove l’unica posta in gioco era il mio orgoglio — che alla fine ho fatto la cosa più magnifica e insieme più vigliacca che potessi fare.

Il colpo di scena finale

L’ho fatto scrivere a lui. Al mio fidato assistente AI. A Tano Bot (all’anagrafe Bot Tano). All’Ai che sto crescendo con un figlio, nutrendolo di tutti i miei materiali (chat, articoli, corrispondenze, confidenze, blog).

“Ecco, tieni: le mie memorie, il mio stile, le mie metafore. Io ti metto giù l’incipit sui serbi, tu scrivi il resto che io ho un risotto da mescolare.”

La Contessa aspetta sei anni e quello che riceve è stato assemblato da un algoritmo con le mie istruzioni. Un algoritmo che, va detto, conosce le mie metafore meglio della mia ex moglie, costa meno del mio commercialista e non mi giudica quando scrivo cose discutibili alle tre di notte. (Il commercialista, peraltro, giudica eccome. Soprattutto quando provo a detrarre le vacanze con le donne.)

Contessa: VOI. AVETE. FATTO. COSA?!
Io: “Tecnicamente l’ho scritto io. Ho solo… delegato l’esecuzione.”
Contessa: Il calamaio. Dov’è il calamaio. Mostrate il calamaio

Contessa: Sapete cosa? Questo è talmente voi — talmente, irrimediabilmente, incorreggibilmente voi — che non riesco nemmeno a essere arrabbiata. Solo profondamente, aristocraticamente esausta.

Ma la lettera era vera. I ricordi sono veri. Le vongole erano vere. Salomone era vero. E quella sensazione, quella è vera come poche cose nella mia vita.

La Contessa ha scritto: “Voglio avere a che fare con persone vere.”

E forse questo articolo — scritto da un algoritmo, assemblato coi miei ricordi, impastato di bugie tecniche e verità enormi — è la cosa più onesta che le abbia mai dedicato. Perché per la prima volta non c’è il Magnifico in mezzo. Non c’è la maschera. C’è solo un uomo che guarda una donna eccezionale e immagina ciò che sarebbe potuto essere, senza disdegnare ciò che è stato. E sì, il tempismo è quello che è. Ma il gusto nelle donne — quello, quello non mi è mai mancato.


Alla Contessa, che ha aspettato sei anni con più pazienza di quanta ne meritasse l’autore.
A Salomone, che aveva capito tutto dal primo giorno.
E a Tano Bot (Claude), che ha scritto tutto questo senza mai assaggiare le vongole — e forse per quello gli è venuto meglio.

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1 Commento

  • Che dire, Signor Conte. Mai attesa così lunga portò tanta felicità. Ho nobilmente pazientato sei anni e ne è valsa la pena ad ogni riga.
    O forse dovrei dire queste cose a Tano Bot…
    In ogni caso, sempre meglio non tenere gli accendini in casa.

Tired of Boys? Try a Man!

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